23 dicembre 23 dedicato

Era tanto che non ritornavo, qui.
A zonzo per la mia città.
[come sempre: la caccia alla documentazione è per gli aspiranti traduttori russisti].
La mia città natale che odio, anche se odio è una parola forte, una di quelle parole che andrebbero usate con estrema cautela, tipo solo per dire “odio gli indifferenti” e poche cose così: ma non so che parola usare per una città che mi dà il senso della claustrofobia e, ancor peggio, dell’ipocrisia, cacofonica anche a rimarla, città che vive al ritmo dei suoi negozi e delle sue processioni, universitaria ma non per universitari, città baronale dei suoi “gran dottori”, prato senza erba caffè senza porte santo senza nome apparenti enigmi di una bella senz’anima, lei – senza un’anima, almeno. Almeno adesso. In Russia io la nomino solo per la sua piazza bella, perché è la più grande in Europa dopo la Piazza Rossa, tutt’e due sghembe, una teatro ellissoide di mercatini e di spaccio (non solo di erba che di quella eccome ce n’è), l’altra un trapezio che scivola oltre l’orizzonte dei suoi stessi eventi – i rubini i rintocchi il vento sulla bandiera che sventola eterna sopra fantocci bauli famosi chiodi d’artista e lacrime agli occhi di ognuno di noi.
Sono a zonzo per Padova, dopo così tanto tempo, non era tanto che ritornavo qui ma era tanto che non ci vagavo, solo così, per respirare l’aria tossica di questo Natale, mortale come pochi in questi anni, dove sta andando l’umanità, la nostra e quella di tutti. La guerra e il Natale, come concilia l’uomo questi due estremi, come li accoglie nella sua vita? Odio la guerra, ecco, questa frase è semanticamente corretta, odio gli ipocriti odio gli indifferenti odio la guerra, ma questo non interessa a nessuno. Sono a zonzo per Padova, ma Padova non è più la stessa per me. E non solo per me.

[pausa]


Io adesso vivo a Trieste, meglio vorrei ma poco cambia, l’ho scelta: perché Trieste ha il mare e ha il vento e ha il confine. A Trieste ho trovato il luogo in cui tornare senza troppo male, dal mio mal di Russia – anche se adesso la Russia non esiste più, non esiste di nuovo, la Russia è di nuovo l’impero di sempre, per gli altri. A Trieste c’è il mare a portare parole, c’è il vento a portare parole, c’è il confine a portare parole, altrui. A Padova, quando torni dalla tua Russia ti ritrovi senza la Russia, e con il tuo male. A Padova solo i tuoi gatti ti salvano – chiunque essi siano. Ma di questo non qui.
Ma a Padova ci stava un posto che era un porto d’approdo, senza bisogno del mare. Una specie di Russia, per me. Per gli altri non so, ognuno ha una russia la sua, anche se certo non la chiama così. Perché quella era una russia di tutti. Un posto pieno di musica. Quindi, un posto di ovunque. E io, quando andavo a zonzo per Padova, andavo sempre a finire lì. Un po’ come Venichka, che voleva vedere il Cremlino e si trovava sempre in Kurskij Vokzal. Perché c’era un magnete, in quel posto pieno di musica, che era un posto infinito. E allora vagavi per Padova, e finivi lì. Per trovare salvezza. Un cuneo rosso di libertà dentro il ventre molle di una città bianca.

[immagine: immagina. non voglio fotografie in questo post]


C’erano animali fantastici, in quella stazione d’amore. Un cucciolo d’uomo bellissimo che quando era cucciolo veniva seduto lì, vicino alla cassa, а nutrirsi di umani cresciuti, di nomi stranieri e di suoni distorti. Un ragazzotto dalle spalle d’atleta, la faccia da rockstar, gli occhi già pieni di un salto nel nulla. Una splendida donna dal profilo scolpito del suo carattere, gli occhi due dardi di luce nera, lei che ho conosciuto poco cui ho fatto conoscere troppo poco di me – elegantissima, non ti stendeva la mano in risposta perché non poteva più, la sua lezione di vita e di dignità. Le braghe corte di un uomo che non parlava mai ma che vedeva tutto. E c’ero io, giovane, giovane, la treccia lunga, la mia timidezza, e tutta la fatica che mi avrebbe aspettata. Giovani, altri giovani c’erano, strani, tutti un po’ storti, tutti così raramente puri. E poi la sua anima. Per lui, esseri inquieti alla ricerca del bello, di un sogno, di note e parole. O di una battuta fulminea, esorcismo col riso di un genio del bene.

[senza interrompere: parte una musica, a ognuno la sua. a ognuno la sua musica russa, ça va sans dire. un paragrafo un codice a barra di rap interiore. guardate]

Quando andavo in Russia, mi piaceva portargli racconti di cose di là. Di quel mondo strano, di tutte le sue ere e stagioni. Una volta per lui ho rubato il manifesto di un concerto a Mosca di Frank Sinatra, perché era un manifesto che solo lì – fatti come quelli di un tempo, di un loro tempo, tracciati a matita su linee diritte, lo stesso carattere la stessa misura lo stesso valore per tutti, lettere rosse su sfondo bianco, la carta qualunque la sola carta che c’era, l’ho strappato da una bacheca per strada quel nome scritto in un alfabeto non suo, quanta storia vedevo io in quel manifesto, vedevo Rubinshtein Richter e il Teatro Taganka, i concerti di Tsoj degli Akvarium e il Mossovet, vedevo e sentivo lì tutta la russia che guarda e che ascolta.
Poi gli raccontavo di quel periodo in cui i russi ascoltavano i dischi di contrabbando copiati su lastre di radiografie, “musica sulle ossa” la chiamavano muzyka na kostjach, e poi ditemi che non sono geniali, i russi che non volete nemmeno sentir nominare, io le radiografie le ho usate al massimo per guardare l’eclisse di sole dalla diga di Grado, i miei piedi d’atleta di un tempo che non è più, e mio cugino che mi regala un giocattolino che mi fa sorridere ancora.
Poi gli raccontavo del negozio Melodija, la sola marca di dischi di tutte le russie dagli anni cinquanta che in russia compare il vinile – quei dischi grossi da suonare con il pathefon, io me ne sono comperato uno l’ho portato in Italia avevo paura me lo fermassero alla frontiera ma quello nascondermelo negli stivali non ci riuscivo, con le icone sì, piccole ma ce l’ho fatta, nemmeno nelle mutande che lì ci portavo i soldi, nella Russia in cui c’erano solo manifesti rosso su bianco e vendevano i dischi Melodija sul Novyj Arbat – i suoi enormi edifici a libro aperto e vicino la poesia silenziosa di Okudzhava che percorreva l’Arbat, quello vecchio, strada cortissima che “a percorrerla tutta non riuscirai mai”.
Poi gli raccontavo dei mercatini all’aperto dove vendevano musica di contrabbando, le musicassette dei magnitizdat, tavoli e sedie su distese di neve, i VHS e poi i DVD, a nord di Mosca un’isola enorme di utopia clandestina, adesso quello è il nome banale di un centro commerciale ma la Gorbushka allora era un rito d’iniziazione, io sono orgogliosa di averlo passato, tra quegli esseri in giacche di pelle e jeans conquistati con la forza del desiderio, come già gli stiljagi loro progenitori, dandy di altra eleganza ma di una stessa estraneità.
E poi i concerti, sì – i primi stranieri nelle hall degli alberghi, come le feste alle medie con le luci portate da casa e qualcuno che accende e spegne a ritmo gli interruttori, si inizia alle sette ti invitano solo con il passaparola si finisce rigorosamente alle dieci, che se è inverno è buio comunque e se è estate è ancora chiaro, ancora giorno, ancora notte, non fa differenza perché tanto Mosca non dorme mai. (e i gruppi russi nei klub delle università, anzi dell’università, MGU una e trina con le sue ali distese sopra distese di neve e di amori).
Poi i primi locali, il Krizis Zhanra la Crisi del Genere – genere musicale o artistico o letterario non il gender di oggi – pochi gradini per un seminterrato dov’è nata una nuova epoca, gli Scarafaggi Bianchi e poi tutti gli altri di quella Mosca degli anni Novanta che è stata mia – gli ultimi anni Novanta, poi i primi Duemila, però ho fatto a tempo a fermare le macchine per farmi portare alle serate del Ptjuch, nei tempi in cui per muoverti in Russia ti bastava fermare le macchine che chi le aveva ti accompagnava dove volevi tu. I tempi in cui non c’erano i domofon e le case accoglievano tutti. Anche gli sconosciuti nel cuore della notte per condividere spaghetti cinesi confezionati da riscaldare con l’acqua bollente. Dopo, dopo venivano i Proekt Ogi con i concerti e le serate. Dopo, dopo, dopo venivano tutti i possibili club che poi sono scomparsi, qualcuno rimasto a continuare la storia. Dopo, dopo, dopo tutti i possibili post – sono venuti i locali esclusivi della Mosca notturna e la musica che chissà quando arriverà qui da noi, da quel futuro che nessuno ha voluto conoscere né conoscerà più. “Le guerre non sono mai di culture, le guerre son sempre guerre di ignoranza”.
Sic.

E poi gli strumenti, quelli di loro e quelli di noi, e le batterie soprattutto e le bacchette tipo degli Aljans – il ritmo ipnotico di Na zare, le sue varianti le sue traduzioni, padre e figlio vent’anni dopo, o forse di più poco importa, la canzone è la stessa, perfetta, “All’alba voci mi chiamano, chiamano me…”. Le albe di Mosca, a volte scurissime a volte bianche nel buio, l’aria gelida che spazza via ogni notte insonne, musica addosso e dentro la testa, quanta musica ho seminato per le strade di quella città.
Musica, appunto.
Perché la musica supera tutto. La musica salva da qualsiasi e in qualsiasi silenzio. La musica diventa il silenzio più puro. Oggi, il suo silenzio si sente. Si sentirà.

Oggi è il 23 di dicembre. Tra due giorni è Natale, oggi io vagherò per le strade di Padova, comprerò libri, ma non avrò più la mia Kurskij Vokzal, rifugio nostro di umanità: la mia meta sicura in questo mio luogo non mio, porto interiore si dice stazione intima di viaggi e passioni di arti e destini di musica vita racconti sorrisi di sapienziale salvifica semplicità. Ma il 23 non è una data, non si traduce con il genitivo, non con il neutro, è cardinale non è un ordinale: numero cardine di un indirizzo, il 23 di via de’ Soncin. L’invenzione di un sogno – e quanti altri sogni hanno imitato quel sogno – l’abduzione di un luogo, spaziotempo in cui ritrovare lo spazio in cui ritrovare anche il tempo – la nonna Rina che aveva paura dei debiti e lo zio Mauri che dopo aver rubato il finale di Milva alla Carnegie Hall avrebbe anche vinto il suo sogno inventato: e quel gioiellino stile anni settanta, incastonato di cuffie e consolle, santuario ateo nel cuore di un regno bigotto, sarebbe diventato una pietra miliare, e il 23 sarebbe cresciuto e avrebbe vissuto così tanto da diventare bottega storica della nostra città. “Datemi la pietra che il carpentiere ha scartato: essa diventerà per me pietra angolare”.

Mancherà, il 23 Dischi, alla città di Padova, mancherà questo tempio romantico, sogno reale, buco nero di anime belle, e il suo Mauri-Woland di un ballo incantato di anime eterne. Paese dell’anima, sì, lo avrebbe chiamato Marina Cvetaeva. Ma al mondo solo ciò che ha una fine ha anche un suo senso, dicono i poeti i filosofi e mi sa che hanno ragione, e allora è normale che il 23 abbia chiuso, nessuno scandalo in questo solo bellissima malinconia. Конец! Как звучно это слово, Как много – мало мыслей в нем, scriveva Lermontov, “come risuona questa parola, così sonora è la parola fine, così tanti e così pochi i pensieri in essa racchiusi” – e lo scopo è solo di esistere, avere un fine, e alla fine, prima che sia troppo tardi – finire. Блажен, кто праздник жизни рано Оставил, не допив до дна Бокала полного вина, Кто не дочел ее романа, beato sia chi avrà saputo lasciar la festa senza aver finito il suo calice di vino, senza aver concluso il suo romanzo, scriveva Pushkin, И вдруг умел расстаться с ним, Как я с Онегиным моим – senza finir di leggere il suo romanzo – chi all’improvviso avrà saputo dirgli addio, com’io ho fatto con Eugenio mio.

Allora oggi io continuerò a vagare per Padova, felice di salutare quell’angolo pieno di dediche e ringraziamenti, orgogliosa di avere l’ultimo disco uscito da quel non-luogo infinito, ma ognuno avrà il suo, ultimo disco, il suo Peter Gabriel con nylon e prezzo, e in fondo il 23 dischi a noi non mancherà mai, perché noi lo abbiamo avuto. Город, небо и блюз, “gorod nebo i bljuz”, gorod è città e nebo è il cielo, io sono a zonzo per Mosca, adesso, e va così, Бывает всё на свете хорошо, al mondo a volte è tutto a posto, В чём дело сразу не поймёшь, solo che non puoi capirlo subito.

Это вам, романтики, Это вам, влюблённые, Песня посвящается моя.
Это вам, романтики, Это вам, влюблённые, Песня посвящается моя.
È a voi, romantici, È a voi, innamorati, Che è dedicata questa mia canzone.
È a voi, romantici, È a voi, innamorati, Che è dedicata questa mia canzone.

”Il ventitredischi. Negozio di dischi nel cuore del centro storico di Padova dal 1973. Vinile usato, vinile nuovo, compact disc e dvd film”.
È a noi, romantici, a noi, innamorati, che hai dedicato ogni tua canzone.
Grazie, luogo e data, il 23.

https://www.ilgazzettino.it/blog/suoni_sparsi/il_23_dischi_via_san_gregorio_barbarigo_maurizo_boldrin_padova-7538149.html

https://www.ansa.it/veneto/notizie/2023/06/25/chiude-23-dischi-unistituzione-per-appassionati-della-musica_4c1b641c-82a6-4403-ada7-714c5ae22862.html

https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/padova/cultura-e-tempo-libero/23_giugno_25/padova-chiude-il-negozio-23-dischi-una-volta-stavo-per-lasciare-fuori-il-cantante-degli-who-8b31b463-a26a-4bdf-aa31-494151e79xlk.shtml

https://www.padovaoggi.it/social/chiusura-23-dischi-padova-25-giugno-2023.html

https://www.lastampa.it/cronaca/2023/06/25/news/dopo_50_anni_chiude_il_23_storico_negozio_di_dischi_a_padova_cosi_il_paese_dice_addio_a_uno_dei_templi_del_vinile-12876832/

https://www.difesapopolo.it/Media/OpenMagazine/Il-giornale-della-settimana/ARTICOLI-IN-ARRIVO/I-50-anni-del-23-Dischi-chiudono-un-cerchio

(continua)

SIGLA

https://www.discogs.com/it/user/Ilventitredischi