МСК (1994-2024)

Traduco me stessa. Divento scriвano, senza diritto ad alterazioni.

Ritrovo, in un cassetto non mio – cerco referti, non violo privacy – la prima lettera di un mio primo viaggio. Un racconto semplice, e semplificato – quel viaggio diventerà diario, 180 giorni di dettagliate “Tartine di Tartu”, la prima Russia mia tra disperazione e ironia, scoperta di vita – l’avevo già conosciuta la mia prima Russia, ma era stato in una vita diversa, la mia prima scoperta di morte.

Non tocco niente, di quella mia ingenua grafia. Ma allo scadere dei trent’anni dopo, consegno quelle parole alle parole di me di adesso. Un augurio di vita.

Aspettami, Mosca. Aspettami, mondo. Aspettami pace.

PADOVA Venezia Cervignano del Friuli Udine Tarvisio Villach Klagenfurt Vienna Budapest Zàchony Čop L’vov Kiev Brjansk МОСКВА

Questo il prologo alla mia avventura, strana incognita (ex-)sovietica, inquietante affascinante punto interrogativo dei prossimi sei mesi…

Una celletta sudicia proiettata ad est, due giorni e mezzo (i primi) di un’improbabile convivenza, binari che un po’ alla volta mi allontanano dallo spazio e dal tempo consueti per introdurmi in altre case, con altre persone, con altri gatti. Viaggio strano, straniante, “deliberata sospensione di incredulità”, microscopica sala cinematografica in cui proiettano un documentario affascinante ma di pessima qualità, quasi sessanta ore di panorama con finestrini di fango… Unica sosta consentita: cinque ore a Budapest, città fantasma in quell’ora serale, un bar dopo un’ora di cammino. Un bar come la più sbruffona delle gelaterie aponensi, intenso rosa e nero, luce soffusa, musica filodiffusa, assurda costruzione in provetta precipitata nel mezzo di una strada ampia e immensa con un grigiore che fagocita tutto. E in questa ostentata raffinatezza, un particolare che inchioda irrimediabilmente quel luogo al suo spazio e al suo tempo, alla sua realtà: la musica è, ancora, quella dei Beatles, l’intera serie delle hit anni ’70 – desolante versione di un episodio di Happy Days (e in tutto questo mi domando: come fa un cappuccino – perché proprio un cappuccino ho chiesto, intrigata dal cameriere che ne pronunciava il nome: sai cosa chiedi ma non sai cosa arriva – a generare, e per quale insondata reazione chimica, da latte e caffè, il colore arancione?).

Scaduto il tempo, torniamo al treno. Ingresso al vagone che non può suscitare, anche nel più ottimista dei viaggiatori, un vago senso di esilio…

E alle tre di notte, Čop, ridente cittadina orfana del suo più smilzo fratellino, amabile bestiola con i denti a paletta… Un fottutissimo visto di transito ci costringe in questo lazzaretto, ricettacolo di tutti gli scarti dell’umanità (tra i quali, peraltro, ci confondiamo benissimo), per tre gelide ore. Scendendo dal treno, infatti, perdiamo ogni potere sul nostro 434, che ci viene portato via, perché ha le gambine troppo strette per questo posto dove anche i treni, pensa, vivono in modo diverso. Ecco, finalmente le 6.35, adesso partiamo, non ne potevo più, mi ero addormentata accovacciata, il nostro treno è quello (la stazione di Čop non è poi sterminata…), ma il nostro vagone, il vagone!?! Piccola cassaforte con tutti i nostri beni più preziosi, calore e conforto delle nostre anime peregrine, rassicurante abbraccio in questo viaggio verso il nulla, custode fedele di un tremebondo esilio, il 434, insomma, ando’ cazzo è? Aoh, sono le 6.50 e non ce n’è manco l’ombra, solo cinque minuti più tardi, alle 6.55 – noi già sedute sulle rotaie, la testa fra le mani – apparirà dalla nebbia all’orizzonte, con Anna e Vronskij che ci sorridono accomodanti da dietro le spalle del nostro baldo provodnik, fedele cuccettista…

Ripartiamo, ridormiamo. Successiva possibilità d’aria, ultima fino a destinazione: un quarto d’ora in un impronunciabile villaggio ucraino. Folle. Scendiamo dai nostri pochi metri quadri di occidente (di quel che ne sopravvive, in colori-forme-odori perentoriamente altri) e ci troviamo controcorrente in un’onda di voci e volti giunti dalla penombra di un tempo che non cambierà mai, sarà sempre uguale a se stesso, perché non potranno mai cambiare quelle nonnine, che ci vengono incontro offrendo incalzanti e apprensive patate bollite, semi di zucca, spremute e marmellate… Le stesse babushki che avevano incontrato Zhivago e Tat’jana…

E ancora, tanti piccoli eventi a scandire questo nostro avvicinamento, per lo più inquisizioni doganali di insondabile significato in frontiere assai improbabili, e mille moti e sussulti di un viaggio interiore appena iniziato eppur già così denso… Ma di questo un’altra volta, mio Jacopo, orpo.

Invero Mosca si avvicina, non è più tempo di illusioni, non c’è più spazio per fantasie puerili: non sei più a casa, mia piccola, non sei più al caldo, la finestra è sigillata e allora per forza minestra, insomma, qui sei e qui resti, almeno per un pezzo. E chi non beve con me, peste lo ©olga. Jurij e Galja sono già pronti ad accoglierci nelle loro grandi braccia protettrici, più sorridenti e più russi che mai. La loro macchinetta piccola ma sincera si fa autocarro per contenere intero il nostro bagaglio; Jurij inizia a mitragliarci di sillabe maltrattate, e noi corriamo stanchi ma felici verso il miraggio dorato di un appartamento fetente.
Insomma, il prologo è terminato, inizia la narrazione.

Biblioteca Lenin, mastodontica cassaforte di cultura, pareti di tasselli – archivi che rimandano a misteriosi labirinti in cui quegli ammiccanti cartellini si trasformano in pagine scritte e rilegate. Libri. Puoi toccarne solo pochi per volta; ma gli altri dove dormono, dove vivono? – uno accanto all’altro, pressati, ordinati, si sostengono, si rincorrono. Sterminate distese di inchiostro nascoste chissà dove, chissà come. Voglio le chiavi di quella città sommersa, di quell’universo segreto, di quel palpito eterno: mi basta guardare, gustare, annusare, e riemergere in superficie…
Sala n. 1. Quella riservata agli accademici, la sala dei privilegi incondizionati. La mia. Meraviglioso vantaggio di una menzogna – semiotica, fine arte del mentire… Un vivacissimo contenzioso con la bibliotecaria, dubbiosa di fronte al timbro dell’Accademia di Brera. Ma come, non crede al mio ingegno? Non si lasci ingannare dagli anfibi e dalla tuta di pile, giovane donna!
Mi ritrovo così in un luogo sacro: volumi antichi, un’intima accondiscendente scrivania in legno ad accogliere i miei pensieri. Meravigliosi volti di vecchi studiosi russi, così simili, così smascherabili, così affascinanti – dimessi Einstein in completi standardizzati, i capelli a rispecchiare il tumulto dei cervelli. E io che li scruto, li spio, con i miei occhi da infiltrata, e cerco di non farmi scoprire…
Chissà quali sono le parole che cercano, che rincorrono, quali le parole che lasciano su quei fogli che si aprono fedeli ai loro travagli. Qui basta respirare per sentirsi vivi: oh razza eletta, che puoi godere di queste vertigini! Aspetto che mi consegnino i volumi ordinati (noi accademici, peraltro, possiamo richiederli senza specificarne la collocazione: si arrangino loro, gli umili servi del sapere) e mi commuovo di tanta pienezza di sensazioni.

Questa mattina ho lasciato che Sfiga, la mia gioiosa compagna di viaggio, uscisse prima di me, per afferrare a piene mani quell’estasiante solitudine a tratti più che mai necessaria per sopravvivere. E ho indossato il vestito della mia libertà: scarpe buone per non fermarsi, occhiali per saziarsi, musica per contenere ogni sussulto, ogni palpito, ogni vibrazione. Ho cominciato ad andare: come sempre, senza meta, facendomi tirare per la manica da ogni angolo intrigante, da ogni prospettiva inquieta, insinuante. Luoghi di turismo – e di vita quotidiana. Piazza Rossa: colpo al cuore, incontenibile sorriso di gioia e piacere, quando all’improvviso ti si apre davanti la realtà di quel luogo documentato nell’immaginario di ciascuno di noi. Neve, tappeto di vergine bianco, distesa di silenzio: a destra, il rigore non più pauroso di mura militari che ostinatamente conservano le spoglie di coloro che, osannati per una vita, giacciono ora esecrati, innominabili. Incantevole, beffardo, fiabesco e magicamente sacro, sullo sfondo, il profilo di San Basilio, cumulo di colori caduto su di un foglio intonso (a dietro l’albergo “Rossija”, a destra un’ampia strada in discesa che già precipita verso altro, tutto pare così lontano nel tempo…). Una piazza discreta, ora, dimessa quasi – finalmente normale, insomma, non più scandita da quegli infiniti serpenti umani in attesa di venerare il loro Padre di turno – ora un omuncolo ben conservato ridotto al rango di curiosità folcloristica, e niente più. Adesso puoi entrarci, in quella piazza, più o meno quando vuoi, puoi anche fumare – con discrezione però – e passare indifferente davanti a quel mausoleo, con una scritta, ЛЕНИН, così prepotentemente incastonata nel marmo, da fugare ogni dubbio irriverente… Libertà. Libertà, sì: ma continuano ad avere il terrore sacro, di questa libertà, perché la proclamano, se ne inorgogliscono, ma non la conoscono, non sanno cos’è e allora cercano – pericolosissimo paradosso – di controllarla.

Entro in Piazza Rossa. “Fotoapparat? Mi raccomando, devushka, niente foto”. Ok, ok. Ma nemmeno l’aria posso fotografare? Boh, forse è perché è tutto un cantiere, e non vogliono che i loro monumenti si mostrino in vesti discinte. Ok, ok. Tanto per scrupolo, a metà percorso chiedo a un soldato (uno dei tanti che inchiodano quel meraviglioso foglio bianco) se posso fare una foto. “Net” – glaciale, a denti stretti, mi dà l’attesa risposta. Procedo. A fine piazza, ostinata, domando retorica a un suo collega: “Non si possono fare fotografie qui, vero?” Risposta (stesso disprezzo del precedente): smorfia di disgusto, pressoché impercettibile moto dell’indice a indicare una folla ondeggiante di giapponesi che cercano le pose più imbecilli per catturare Basilio. Implicito: “checazzodidomandamivieniafaredovecredidiesserecomesealmondoesistesseunpaesecivilenelqualesiaproibitofarefotografiemanonlosaichelecosenonsonopiùcomeprimabruttastronzadiunaoccidentaleconleganascedarussa?”. Ecco, doppia figura da culo. Ma caspita, la libertà a quadrati non la conoscevo ancora! Qua sì, là no, per di qua sì, per di là no… E perché, il percorso? Se vuoi attraversare la piazza, puoi farlo per dritto e per rovescio, ma se stai ai bordi, non hai scampo: se lasci l’impronta del tuo piede al di là dei 50 cm di terreno caplestabile, un fischio perentorio ti richiama all’ordine (si tratta evidentemente di neve sacra). E se vuoi tornare indietro, non credere di poterlo fare per la stessa strada né per quella, assolutamente identica, parallela, al di là di una piazza evidentemente rettangolare. Devi praticamente avventurarti in tutti i quartieri (più o meno percorribili) che costellano il cuore acciaccato di questa impenetrabile Russia. A questo punto, fai prima a prendere il metrò.

Finalmente, ormai stravolta dai km inutili, ritorno al punto di partenza. Procedo. Cammino, e mi riempio di musica, della mia musica occidentale, così densa di immagini e impronte di una vita così diversa da quella che qui mi trascina attraverso questi luoghi, questi colori, questi volti. Se da noi incontrassi una sola, presa a caso, delle persone, che qui devi fare attenzione a non investire nel tuo rapito peregrinare, rideresti come un pazzo, come un ebete, senza sosta, senza misura, senza riuscire a fermarti: ma guarda le scarpe di quella, e il trucco? Sì perché e gli occhiali? Porco boia quel cappello sembra un fungo atomico, madonna ma quello a quello lì gli sono esplosi i capelli! (inestinguibile varietà di forme dei colbacchi, non finisce mai di stupirti…). Ma qui sono assolutamente perfetti, invisibili, mimetici. Come il fango di quella neve (Mosca città marrone, solo a tratti verniciata di azzurra trasparenza di neve intonsa), in origine così leggera da sentirne il profumo, uccisa dalla fretta di miliardi di pedoni, dal ritmo impazzito di ruote che scivolano chissà dove.  Difficilissimo camminare su questi marciapiedi, irregolarissime lastre di ghiaccio che ti costringono in ogni istante a tendere i muscoli per non precipitare: neanche passeggiando puoi distrarti, vietato passeggiare, puoi solo andare dove devi e se ci riesci bene se no rimani indietro.

Oltrepasso la biblioteca e mi dirigo verso l’Arbat, il luogo sacro, la pelle di Mosca, la sua anima: ma quanto diverso da una volta, in questa impazzita commistione di antico e moderno, zona pedonale di artisti e commercianti, luogo trasfigurato di un’integrità che non c’è più, si è frantumata, esplosa in mille pezzi, ma palpita sotterranea nelle fognature che scorrono sotto al lastricato. Cammino soltanto, e niente più, non cerco, lascio che mi si attacchino addosso le sensazioni più indiscrete, percorro quel frastagliato nastro di storia prima in giù e poi in su, quasi con inerzia: era solo un esperimento, avevo solo bisogno di lasciarmi andare un po’ per Mosca, che strano, vorrei essere a Parigi, là so bene cosa vuol dire, lasciarsi portare. Qui ancora no, ma poi è lo stesso, tu sei la stessa; solo, la lingua è diversa, ed è un po’ più pericoloso, un po’ meno sicuro, un po’ meno disinvolto – ma hai ancora tutto da scoprire, da annusare, da inventare. Finisco l’esperimento, era per assicurarmi la solitudine, per sentire addosso la musica, per testare la temperatura di questo stranissimo mare. Ritorno in biblioteca. Mi scaldo sul legno della scrivania, attendo impaziente l’odore di quelle pagine. Assoluto incanto di questa vita: disordine di quotidianità, turbine di novità, fame di strade, di luoghi, di scritte – rumori colori frastuono. E l’intimità infinita di un libro, di una penna, di una macchina per scrivere, di uno studio, di un lavoro. Una stessa vertigine, realizzazioni diverse. Usciamo con Sfiga.

I “GUM”. Ora diventati S.p.A. Letteralmente, una bolgia infernale. Come i Lafayette. Come i Samaritaine. Stesso lustro, stessa ricchezza. Non fosse per quelle facce. Non fosse per quei due banconi di “Tkani”, le stoffe, che sopravvivono puntando i piedi al rullo compressore dell’occidente. Che follia. Straziante. Pirotecnica beffa di un lustro che tutta quella gente può solo guardare e sognare. Ma che senso ha, mi domando. Insondabile genio dell’irrazionale, che guida le nostre piccole storie di uomini… Questa sera, niente mondanità. Ieri avevamo ospite Marat, un russo ebreo amico di Sfiga, piacevolissimo animatore della nostra serata. Oggi, pulizie: impresa disperata e disperante! Un disinfettante e due umili spugnette contro l’armata di uno sporco, questo sì, sovietico: mostro di incalcolabili dimensioni, blob autogenerantesi in perpetua espansione.
Martedì prossimo appuntamento con Pivovar. E con Nekljudov, Meletinskij, Uspenskij, Gurevitch… Sarà divertente dare un volto a quelle firme. Sono in un posto di sogno, esattamente nel posto in cui vorrei essere. In questa università, in questo Istituto. Speriamo bene.

Ecco, cercherò di scrivere il meno possibile da adesso, mi imporrò un modus, una misura. Condanna di una scrittura un po’ ingenua che deborda in continuo, fluire di inchiostro che vorrei far coincidere con il ritmo di vita, tumulto di immagini che tutte vorrei fotografare con la forza di una parola, e di un respiro.
Mi mancano gli affetti, mi mancano i baffetti. Sarà semplicemente entusiasmante ritrovare tutto uguale, e tutto diverso. State attenti che Ol’ga non prenda colpi d’aria, se no le si abbassa la voce e non può più cantare.

Voi guardatevi e riguardatevi, salutatemi tutti, e rassicurateli che tanto sembro russa e quindi più di tanto non mi può succedere.

Vi abbraccio con la forza di mille uomini
(vi bacio con la dolcezza di una piuma di pulcino)

Incondizionatamente vostra,
Маргарита Gherù Луиджевна

(Mosca, 17.2.1994)

Arrivederci alla prossima Mosca.
È il mio augurio al mondo e a me stessa.
MDM