Fotografia: Mio padre giovane, neodiplomato all’ISEF di Roma. Le sue Olimpiadi. Roma 1960. (E i cerchi olimpici del trampolino a Cortina, sigilli che guardano chi li sa guardare). Estetica, etica, e un idioletto d’amore.
Vado a Parigi. Voglio vederli, quei cerchi, sulla Tour Eiffel.

Non ho avuto coraggio, all’apertura. E poi sapevo che non avrei avuto, mio, “un punto – da cui guardare” (M. C.). In una festa apparecchiata per occhi privilegiati, la mia prospettiva sarebbe stata ristretta. E forse, al mio spaziotempo sarebbe mancato il respiro. Mi sarei ritrovata in una città che aveva paura, in un evento – magniloquente e magnifico – che non sapeva ancora nulla di sé. I parigini vanno via di città. I negozi soccombono alle transenne. Parigi è blindata. Murata viva. La Senna è sporca, i gay sono troppi, dove sono gli atleti, sotto l’ombrello ci sta solo Macron. Il vessillo olimpico è in mano a replicanti, il braciere sembra un disegno di Jules Verne. “Les Jeux de Paris sont ouverts”. Hai fatto bene a non andare, mi dicono tutti. Io mi do tempo. Devo andare a leggere 33 cartoline dal mare. Poi si vedrà. Ça ira?



E inizia il non-tempo: quella “willing suspension” che Coleridge imputava alla fede poetica, e che sostiene anche il tempo olimpico – ovunque lo si viva – la sua poesia. Un bonus vacanza da ogni incombenza. Dovrebbe essere un tempo di pace. Lo sia almeno di pace interiore. (Ore su ore di gare, di ogni maestria. Colori, gesti, lanci, salti, ruote, cavalli, punteggi, acqua, tartan, terra, legno, ferro, acrobazie. Squadre, coppie, occhi, mani, gambe, vento, spade, schiene, nastri, archi, frecce, occhi, occhiali, sabbia, palla volo mano nuoto). Un tempo sospeso dalle pochezze del mondo. (I più veloci i più in alto i più forti di tutto il pianeta). Quanti corpi, quanta bellezza, quanti visi, così diversi, quanti sogni, destini, scommesse. E noi diventiamo le lacrime loro. Se non è spirito olimpico questo. Diffuso urbis et orbi anche a mezzo nuove tecnologie. (Mentre continuo a pensare: se quella non era l’ultima cena, perché ci ostiniamo a dire che invece lo era?) E i luoghi, i luoghi, quei luoghi. Égalité sororité.

Metri centimetri ore. Minuti secondi misure. Altezze lunghezze ampiezze di gesti. (le piscine più basse la pista più rigida il fiume più sporco). Pochi record del mondo, ma il tempo consacra i suoi eroi. E ogni giorno medaglie, ogni medaglia con un pezzetto di Lei. Ma ogni giorno di più è un giorno di meno. Mi devo decidere. Io voglio vederli, quei cinque cerchi. Simbolo su simbolo. Li devo riunire, papà.


“Les Gammas existent! Mais non, les Gammas n’existent pas”, recitava il refrain di un corso di francese in TV. (io ero piccola e mi piacevano quegli extraterrestri bislacchi che finivano sul nostro pianeta a bordo di un’astronave uguale alla vasque. Che anche il braciere diventi una palla di cuoio che sta in tasca a Odile, mi chiedo?). Sorrido. Tiro i miei dadi. E sono a Parigi.
I Giochi ormai sono fatti, solo tre giorni alla loro chiusura. Ma c’è ancora tempo. Per respirare. Capire. Per esserci. Perché non mi bastano le parole altrui. (In coda all’aeroporto, conosco un maratoneta amatoriale. Mi dà la dritta del resale ufficiale. Poechali! Allons-y!). “Ciò che non ha fine non ha nemmeno un senso”. Lo troverò io quel senso, alla fine, Jurij Michailovich?
Parigi, dai una riposta. Non dà riposta.



Perché mica si capisce subito cosa sta succedendo. Al Marais, d’abitudine, le bandiere non sono olimpiche ma arcobaleno. I colori soffusi dei giochi – rosa-azzurro-beige che amalgamano immagini – si mimetizzano nel quotidiano. Ma i bar sono aperti. I parigini ci sono. I negozi lavorano. E le decine e decine di poliziotti in divisa antisommossa assicurano pace, le file di camionette blindate si fanno orizzonte, non minacciano guerra, nemmeno alla vista. Parigi è serena. Non mi risponde ancora, ma questo lo sento subito. Sono in una città che non ha paura. La sera, più tardi, mi ritroverò nella notte sulla passerelle Léopold-Sédar-Senghor a vedere nel cielo la fiamma olimpica insieme a francesi e a cittadini del mondo, atleti nel sogno e nella realtà, nel passato o nel desiderio, ma lì avrò già capito. Sono in una città felice.

E poi trovo un biglietto per il mio esordio. Parc Urbain La Concorde. L’evento è una gara di breaking. Uno sport bislacco, per essere olimpico. Ma è l’accesso ai miei cinque cerchi. Il negozio, i maxi-schermi, la gara. La Coca-Cola e la VISA. La musica. La telecronaca. Il cielo azzurro di una Parigi bellissima. Gli spalti vuoti e la magnificenza. A destra l’infilata perfetta dei due archi al tramonto – un cielo acceso dal fuoco di Olimpia. E a sinistra: la Vasque Olympique. (non te l’aspetti. sai solo che non troverai più i biglietti per quel quarto d’ora di omaggio, accesso contingentato alla fiamma come fosse la salma di Lenin. e poi ti appare). Enchanté.


Perché ti giri, e lei è lì: uno sputnik tra gli alberi delle Tuileries, un pianeta d’argento atterrato nel nostro orizzonte. Non si vede il fuoco, adesso. Non qui. Lo vedrò dopo, il fuoco – quando alle dieci chiuderanno i cancelli (tra le maglie appena allentate delle transenne cerchiamo scatti rubati), e lei si alzerà in cielo, quel poco che basta per essere visibile a tutti. È d’oro, di notte, un sole che splende nel buio, ondeggia quel poco che basta per accennare una danza sacrale – una coda bianca che simula un viaggio, sopra di noi, dentro di noi. Non c’è un braciere, in queste olimpiadi. Non c’è quel luogo dentro a uno stadio che sigla l’inizio e la fine di questo rito moderno. Nessun testimone – se non pochi addetti – all’accensione. Nessun testimone – se non pochi eletti – allo spegnimento. Solo un’ultimissima fiamma raggiungerà lo stadio, rinchiusa in un’urna autorevole e ambigua, per essere spenta da cinque rappresentanti (un applauso si leva per il pluricampione di nuoto francese) come a un compleanno di tutti. Ma questo ha fatto Parigi. Novella Prometeo, ha rubato il fuoco agli dèi per portarlo a noi uomini. È questo, questa Olimpiade. Di tutti. Per tutti. Se non è spirito olimpico questo.

Il giorno dopo cammino per i luoghi maestosi della Ville Lumière, palchi inattesi al mondo e a se stessi. Sull’arco trionfano i tre agitos dei paralimpici (per strada, un megastore della Coca-Cola offre i suoi schermi per la finale di basket – io ruberò l’ultimo punto della sconfitta francese, 77-76, nell’aristocratica corte del Petit Palais); gli Invalides smantellano dietro a transenne invalicabili la magnificenza dei loro bersagli – ma già si intravedono le porte d’onore di maratone diurne e notturne; il Grand Palais emoziona anche vuoto, silente – lui tempio-icona di duelli antichi e moderni. Vicino, lo store ufficiale soddisfa il presenzialismo di tutte le età; sui ponti e lungo la Senna tribune invidiate e ancora invidiabili; di traverso alle sponde, impalcature imponenti per gare discusse e ostinate. Non hanno ceduto in niente, i francesi. La scommessa era altissima. Il giorno dopo Macron avrebbe detto, rivolgendosi alle migliaia di “artigiani dei giochi” in un discorso di rara bellezza semiotica: “Vedremo chi sarà capace di fare ancora una cosa così. Voi l’avete fatta”. (mentre Paris Plage dispone le sdraio come di consueto, né sono stati sfrattati i clochard). Liberté inclusivité.


E poi manca Lei.
Non è mai facile Lei da raggiungere – in quella zona le distanze si fanno quantistiche, Zenone di Elea si fa tartaruga, miagola il gatto dentro la scatola – o è un’illusione? Mi avvicino per l’Avenue de New York – oltrepasso a Iéna la fiamma della fiaccola-dono, mastodontico lume allo scandalo di un mai confessato omicidio: poi svolto a destra, la voglio vedere di faccia, ho già intravisto il profilo dei cerchi, il loro spessore materico, ma voglio davanti un’immagine antica. Voglio il trampolino, Roma, Cortina. Salgo le scale ripide. (alla sua destra, beffarde e invadenti, le cupole d’oro della cattedrale russa). La voglio vedere dal Trocadéro. La Torre-Susanin mi fa deviare, i suoi labirinti mi portano in un villaggio sportivo vicino. Poco male, guarderò il Brasile che vince il calcio femminile – giusto il tempo di respirare nel caldo aggressivo di oggi. (per strada, volontari distribuiscono acqua: si prende cura, la Ville, dei suoi mille e mille ospiti). Serpentine, paesaggi distorti da costruzioni immanenti, l’esplanade del “Troca” si confonde ma ti conduce dove è inevitabile: e d’improvviso la magia si ripete – contro il cielo oggi azzurro, contro ogni scommessa. E con i cerchi olimpici addosso mi appare, bellissima. Moderna e antica, Lei è la sua foto, è l’età di noi.

Scopro che era l’ultimo giorno, per vedere il Parc des Champions. Ma Lei lo sapeva. Lei mi aspettava. Da quel primo giorno di giuramenti e discorsi rimangono la passerella, la tribuna d’onore, gli spalti numerati, i megaschermi – e adesso, dov’erano ospiti illustri, un’enorme fan zone. Guardo la finale per noi laconica del salto in alto; avevo già sofferto la fine in sordina della nostra staffetta (e il rammarico per non aver visto quel giro di pista, la curva dei 200 metri, uno dei miei futuri impossibili rimasti passato – oramai impassibile): e canterò la marsigliese con loro – il loro splendido accento – e con loro intono Allez les bleus a ogni punto francese, a ogni battle di un loro atleta. L’ipnosi di un ritmo. La luce. L’energia umana. E su tutto Lei, che veglia sul nostro rito pagano.
Le vado incontro.
Sul ponte una squadra del Canada assiste di lì alla partita con divertita comodità. Proseguo: mentre i suoi cerchi diventano bianchi al calar della luce, si fanno materia più eterea, e anche lei poi si accende, diversa, ugualmente bellissima, fastidiosamente perfetta, un po’ battona un po’ zarina. Ai suoi piedi cerco lo stadio del beach volley: è un luogo proibito, trovo invece la maratona. Seguo il percorso delle transenne, poi decido che ça suffit. L’ho vista, adesso, è bella come quel trampolino, e poi ho visto la città intorno a lei – festosa e semplice, mentre in lei avviene qualcosa di eroico. Cosa vi stupite, sembra dire la torre, davvero credevate potesse andare altrimenti? Lo dice complice, proteggendo il suo sogno che ospita in grembo. Parigi per i parigini – e per tutti noi. (RER C. Una crêpe a Saint Michel. RER B. Buonanotte papà). Obscurité.

Il giorno dopo è l’ultimo giorno. Il giorno della chiusura. Questa volta ci sono. Questa volta lo spaziotempo è lo stesso per tutti – il punto di vista no, non lo è mai, c’è sempre un occhio cui il tutto si prostra – per gli altri schiene, profili, divieti. Ma prima dello spettacolo, di un nuovo the end: oggi c’è ancora lo sport. Saranno epiche, le nostre azzurre del volley. Faranno innamorare perfino i nostri schizzinosi cugini. Per vederle scelgo la Terrasse des Jeux all’Hôtel de Ville. Tribune coperte, zone all’ombra e nebulizzate d’acqua – sulla destra, occhieggia di sguincio la Nostra Signora ancora ferita – un salotto nobile e democraticissimo per ovviare allo squilibrio tra il desiderio e i biglietti. (ce ne sono molti, di questi salotti con maxischermi, almeno uno per arrondissement, oltre a zone più VIP incastonate in scorci da brivido, e le centinaia di bar parigini attrezzati per l’occasione: è la città, il palcoscenico di questi giochi, ed è la città che ce lo ricorda). Assisto al nostro trionfo con un pubblico in festa. Sportivité.


Respiro ancora lo spazio. Mangio qualcosa in una péniche agli Invalides. Vicino, la Pride House dei Giochi Olimpici. Festa e accoglienza, “questa è l’immagine che voglio il mondo abbia di noi”, sento dire da due ragazzi vicino. “Di questa Francia io sono fiera” ripete lei, giovane e parigina. Solidarité festivité.


E poi lo stadio. Solennité.
La macchina organizzativa funziona alla perfezione. Le forze schierate guidano, non intimidiscono. Gadget all’entrata perché anche qui, nel capitolo ultimo, il pubblico non è spettatore ma co-creatore. Le sue luci illumineranno lo stadio accompagnando l’umore, la musica e il ritmo, creando emozione. La pista d’atletica accoglie il party mondiale. Una medaglia incastonata tra i continenti. Gli atleti si riversano tra gli interstizi del campo, improvvisano scene, il campione di breaking si crea il proprio pubblico, i nostri boccheggiano – Paltrinieri si rompe il gomito – les bleus burloni catalizzano sguardi: qualche delegazione si impossessa del palco, chers athlètes lo show must go on, non si capisce che cosa succede – scenetta prevista, incomprensione o protesta? Poi tutto rientra, ci saranno altri inciampi, ma poco importa. La Nike di Samotracia (mentre la Nike altra sponsorizza Parigi), un grancoda suonato nell’aria, le tre età dell’uomo a ricordare perché siamo lì. Su tutto, gli artigiani del popolo che forgiano nei secoli i cinque cerchi – e i cinque cerchi che si librano in aria. Arriverà Tom senza Jerry a portar via la bandiera per passarla in staffetta a LA. Ma quei cinque cerchi sulla O hollywoodiana sono già altra storia. Qui, su tutti gli errori e le imperfezioni dell’uomo, restano loro: cinque eterei cerchi di luce, sullo sfondo del cielo e dell’umanità.
Piango.

Tra lacrime, cadute e vittorie, lo abbiamo fatto, sigla infine la Francia: “a modo nostro”. La cerimonia iniziava con la Marsigliese senza parole. Finisce con una My way cantata con voce stellare. E nella mente di noi traduttori è la replica implicita, – la replica di ogni francese: “Comme d’habitude”.

Il giorno dopo Parigi è già vuota, già si prepara al secondo capitolo, e ci si aspetta un’altra festa dell’uguaglianza, una nuova lezione di differenza, un altro esempio di normalità – un altro schiaffo all’indifferenza. Mancano, i Giochi, mancano già. Perché è vero quello che ha detto alla cerimonia il Presidente del CIO francese: che un’onda ha invaso Parigi, un’onda che ha superato i confini della città, della nazione, che è penetrata negli animi – e ci siamo risvegliati tifosi, noi tutti, tifosi di tutto, insieme. Manca quest’onda – iniziata dalle nostre TV, che poi ha preso la forma di un desiderio, e poi di un viaggio alla ricerca di quel qualcos’altro che è nello sport – di quel messaggio di pace e speranza che è un’Olimpiade.
Il giorno dopo Macron tirerà al centro, in un discorso capillare e chirurgico: grazie ai volontari, alle forze dell’ordine (più di cento gli attentati sventati, noterà en passant), grazie a tutti (ancora) gli “artigiani dei giochi”. Ha ragione, Macron: ci han dimostrato che “si può essere creativi e rigorosi, folli e razionali”. Ci ha dimostrato la realtà della musica, quest’Olimpiade: che vive nella contraddizione, matematica e ineffabile – contemporaneamente.

E sono di nuovo in Italia. Penso a cosa sarebbe un’Olimpiade, in Italia – “in tutta questa bellezza”. Avremmo il coraggio di organizzare gare nel Colosseo? Noi non siamo capaci di conciliare le contraddizioni. Le laceriamo con volgarità. Egonu si dipinge in bocca il tricolore – noi dipingiamo di rosa la pelle del suo ritratto in un murales contro il razzismo. Invidiosi cerchiamo gli errori: senza vedere il movimento grandioso di quello che è stato. Dodici stazioni di appassionata passione. « Éternité ».

Post Scriptum.
Non c’erano i russi, a questi giochi. Ma sullo sfondo di uno stadio romantico io ho fatto volare il mio nounours ufficiale, canticchiando tra mie lacrime mute: Au revoir, Paris, au revoir.
“E sulle tribune cala il silenzio”.
