Senza parole (Mo**a 2024)

A distanza di un anno, dopo quattro anni. Pochi giorni pochissimi per restituire la mia vita alla mia vita. Il resto lo lascio al silenzio. Ascoltiamo il suo suono. Umanità decimata da sordità selettiva.

Ci sono già stata, sì, dall’ultima volta che era stata la mia ultima volta. Ma tacere era un obbligo, in mezzo a tanto claudicante frastuono. Siamo ancora nell’era delle opinioni a crocette. Qualche parola. Senza parole. Perché si può tacere solo di ciò di cui si può anche parlare.

“Cartoline di un viaggio spaziotemporale”.
Venezia – Istanbul – Mosca – Mosca – Mosca – Mosca – Mosca – Istanbul – Venezia.

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Il volo di notte, in questo mondo che lancia sanzioni come fossero boomerang. Un aereo preso di corsa, a Venezia ci dicono: “Al fine di evitare ulteriori ritardi, cerchiamo volontari tra i passeggeri per caricare i bagagli a bordo dell’aeromobile”. Sic.

Ma il 27 è già Mosca.

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Non fa freddo, la sua aria fredda. Ti riconosce, lei, ti lascia due ore di sonno – ormai sei al sicuro – e poi siete pronte, per incontrarvi di nuovo.

(Cosmoscow. Fiera di vanità d’arte – e di desideri di normalità. Voci, vociare, vociferii. Conosco il nipote di Korolev. Comincio a raccogliere i regali di Lei: pagine, giochi, e pagine ancora. Un orso enorme, bellissimo e viola, è il mio visto multiplo tra le dimensioni. Nella classifica di fin della fiera stravince il verde e tutto ciò che nasconde. NONSNS. Pittura senza confini. Poi, io corro al GÈS-2). Quadrati, porte, mare, musei, simulazioni di abitazioni in comune, suoni, rumori, tutti i sensi dispersi, illusioni – ma pochi gli abissi. (Lui, il quadrato nero, esiste nella seconda versione del 1915, diversamente imperiosa. Ma c’e troppo rumore per ascoltarlo che tace). Esco in fretta.

Libri, cose, parole in forma di cose, non posso pagare in contanti, in questo mondo che noi crediamo in crisi siamo noi lo straniero, io so che non sono, contatto avvenuto, ritorno a letto tranquilla. Il buio delle strade centrali mi porta il silenzio di sempre, un silenzio diverso, il silenzio mio. Vorrei solo piangere questa straziata felicità. Ma sono nell’arte. In una mia famiglia. E posso sognare, e al risveglio non saperlo nemmeno.

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Casa. Libri. Casa. Triangolazioni di lusso. Sulle scale un gatto nero conferma che la casa è giusta: i personaggi ci sono, il diavolo anche. Esco: mi aspettano le mie università.

Per strada, ascolto la voce di questa città, sotto un cielo intessuto di nuvole e droni invisibili all’uomo.

Le stonature?
Le dissonanze.
Un rumore di fondo diverso.
Uguale.
Bentornata, Rossija – o ti devo chiamare altrimenti?

Oggi c’è il grigio della mia giovinezza. Chissà dov’è andata a finire, la mia giovinezza, inghiottita in decenni di tentativi. C’è un salto quantico nella mia vita. Woland al mio fianco, comme d’habitude, sparpaglia all’orecchio i miei propri dubbi. Ma lo vedo anch’io. L’abbronzatura in Russia è ridicola, gatto.

(Nessuna zeta non di zorro sul mio cammino, finora. ne vedrò solo una più avanti, terrifica lettera di alfabeto non suo). In università, incontro i miei studenti di qui. Racconto il mio viaggio per andare da loro. Racconto chi sono, loro, e questo mio viaggio. All’ingresso aspetto mezz’ora perché trovino il mio permesso di attraversare i cinquanta centimetri tra il dentro e il fuori. Io li osservo, “i moscoviti non sono cambiati”, la questione delle abitazioni è la stessa, tutto da sempre qui esiste e non esiste contemporaneamente, c’è stato quello che non ci sarà mai, io viaggio, nella coscienza della realtà.

(Vado al Garazh, elegante moderno non-luogo. Calpesto silenzio. Ascolto silenzio. Osservo silenzio. Libri. Carte. Catalogo. Piove ed è buio, Lenin è più scuro che mai, tace la Tret’jakovka alla vigilia di nuovi brindisi – domani è Popova il pretesto di festa – interseco linee di metro sempiterni, raggiungo Ciolkovskij, lui padre della cosmonautica è il nome di un magazzino di pagine e pagine che dicono voi non lo sentite ma questo popolo non ha mai taciuto né tacerà mai. A destra libri, a sinistra dread. Dubito. Poi mi distraggo. Dubiterò ancora – ma sarà troppo tardi).

Un salto nel tempo. Pirotecnie nascoste nel buio, d’inverno Mosca è così buia, ieri il tramonto era spettacolare, un fuoco acceso nel Blu di Russia, è così buia fino a che nevica, ma io non ci sarò sotto la prima neve che cade, o forse sì e lo devo ancora capire. Perché la Russia sa tutto, è questo che noi non sappiamo, la Russia c’era quando si sono estinti i dinosauri e ci sarà quando si sarà estinto ogni suo abitante e ci saremo estinti noi tutti, animali a zanne più lunghe della nostra miopia. Non riesco a trovare dov’è Bubble comics, è al numero sette ma qui tra il sei e l’otto non c’è nessun numero, chiedo al negozio del sei e chiedo al negozio dell’otto ma nessuno sa che esiste il negozio del numero sette, gioco a spazio-tempo con la mia meta fino a che appare, minotauro dei miei labirinti, e lì trovo intatti tutti i supereroi, noncuranti di men e di women convinti di essere i soli. Incontro Irina, mia Irina, che sopravvive a questa sua Russia non sua che non lascia anche se ha lasciato il lavoro, università di partito che fu, però ancora lavora al Bol’shoj che ancora lavora con artisti italiani, non si può niente ma si può tutto, questo lo avevo capito anche in università in quell’altra, lo avevo capito anche l’anno scorso, lo avevo capito anche senza capirlo, Irina mia Irina non puoi odiare il tuo popolo perché odi e disprezzi un solo uomo, lascia che noi vi amiamo, chi vi conosce vi ama, vi odia ma non perché c’è lui, chi vi conosce, vi odia perché siete assoluti, e non si può vivere tutto, sempre, in ogni istante, o niente, chi vi conosce, vuole continuare a conoscervi, e ancora, e ancora. Околоморя. Vicino al mare. Irina mia.

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Oggi Mosca è bellissima. Oggi è ogni giorno. Ed è freddo, come deve e vuole.

Scendo le scale mobili in metro, le sue pareti di nuovo spoglie, ricordo il momento in cui lo avevo capito, nel viaggio prima, quel viaggio nuovo che li conteneva tutti, i viaggi del prima e del dopo, sovietici e non, folli, assurdi, violenti, esagerati, consueti, imprevisti, ricordo il momento in cui avevo riconosciuto quelle pareti spoglie, private del chiasso di pubblicità altrui: e avevo sorriso.

(il MacDonald’s, chiedete? assenza del tutto indolore, sostituito da modernissime M di alfabeto nostrano. E per strada abbondano insegne con segni forti di un secolo fa).

Scendo le scale mobili in metro, afferro la frase: “С чего-то надо начинать” – da qualcosa bisogna iniziare. Passo davanti a Pushkin, non ero ancora stata da lui, mi sembra girato di schiena, attraverso frammenti di dialoghi altrui: Она же в Париж переехала. Si è trasferita a Parigi, canticchio Majakovskij, non è da canticchiare, la musica sua). Incrocio lightbox che parlano di arruolamento, Jurij il Lungobraccio continua a indicare una strada impossibile, appunto una cosa che non riesco più a leggere. Nel sottopassaggio, un gruppo di ragazzi si avvicina compatto a una ragazza, la ragazza passa oltre affrettando il passo, lo sguardo diritto, i ragazzi le accelerano dietro, fino a che uno allunga la mano la ferma e senza esitare le chiede:

Девушка, можно вам стихи почитать?
Ragazza, possiamo leggerle una poesia?

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(no, non imbroglio, è solo che non ha senso, la scansione dei giorni, in un mondo in cui non ha senso il senso). Galleria CUBE, fastidiosa e geniale come soltanto i russi. GUM, i Grandi Magazzini di Stato di uno Stato che si vuole sempre più grande. La Piazza Rossa, che quasi non si vede, nei preparativi del quattro novembre che prima era il sette che però era ottobre – transenne sempre più grandi, sempre più grande l’ego di Mosca, il suo eros non so. Questa è la Russia che avete adesso, ragazzi miei. Con questa dovrete imparare a confrontarvi. Come noi l’URSS, come noi Gorbacev, come noi negli anni Novanta, e poi Duemila, come noi nella nuova Russia che sembrava essere cambiata per sempre, come noi con questa Russia di adesso che non è cambiata mai, questa Russia che per voi è la vostra e per noi una delle, chissà quante farete a tempo a conoscerne voi. Passo davanti al Propaganda che ha chiuso ma non voglio passarci davanti, lascio che continui a esistere lui come così tanti posti di questa città abitata da abitanti non suoi, quanti sono i russi che sono andati via quanti sono i russi che sono rimasti, “lei si è trasferita a Parigi”, questa sera invece vado da Irina, lo stesso nome di Irina ma Irina è poetessa, è il suo compleanno e lo festeggia con un kvartirnik, invita poeti che leggano le proprie poesie, io arrivo tardi prima vado in Ambasciata, in Ambasciata parlo di cose impossibili che sono possibili, arrivo da Irina che hanno già letto tutti, è stato bellissimo ha detto ma adesso stanno tutti in silenzio, “siamo molti di più di quelli che crediamo noi stessi” mi aveva detto un anno fa, adesso non capisco del tutto cosa mi sta dicendo, non vuole che ascoltino tutto per questo non mi dice tutto, ma si sente tutto lo stesso, Irina mia. Lungo il Kuznetskij most c’è sempre Majakovskij che incede con la blusa gialla, quel pomeriggio prima dell’Ambasciata, e piove fortissimo, per ripararmi ero entrata in Accademia che c’era una mostra di manifesti di no alla guerra, quando il no si poteva dire e la guerra pure, ma i no alla guerra non hanno colore sono tutti i no e sono tutte le guerre e sono tutte le grida e le urla e i silenzi straziati. No. Guerra. No.

(Alle poste, sulla Mjasnickaja, l’addetta mi richiama più volte, mi vede scegliere a lungo tra decine e decine di buste, è tutto così stranamente vuoto, e lei è così gentile). Per strada, la voce ridente di una donna che controbatte ai suoi interlocutori: Как могла Екатерина Великая быть проституткой? – “Caterina la Grande, come poteva essere una prostituta?” Enorme, pulito, il palazzo del Ministero della difesa. Nella sempre terrifica piazza Ljubjanka, fintamente innocua Piazza Nuova di oggi, da un’ambulanza esce l’urgenza di una barella, coprono un corpo all’altezza di quelle porte cui aveva dato fuoco Pavlenskij, lui che si era ancorato i testicoli sul porfido in faccia al Cremlino.

Nel sottopassaggio, ragazze ritmano il passo con i versi irriverenti di una chastushka.

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Fa fede il timbro postale.

(ricordi, Margherita, quando prenotavi le telefonate alle poste centrali? Ricordi le lettere che arrivavano in mesi – ma arrivavano sempre? Chissà quanta gente ha letto le lettere tue. Chissà quante volte hanno aperto e richiuso i pacchi infiniti di libri spediti, le prime volte usavi valigie per portare a casa i tuoi libri, poi per molti anni hai spedito, spedito pacchi che ti sono arrivati, puntuali, tutti, mentre tutti erano a dirti come puoi fidarti delle poste russe, io mi sono fidata e le poste mi hanno corrisposto – adesso i libri li nascondo dentro al sudore, al sorriso, alla finzione – a volte dentro i rubli eccessivi di un pereves). Sono tornata al Zotov Centr, magnifica fabbrica che non fa più pane ma arte, dopo una mostra sul teatro delle avanguardie mi chiedono una breve intervista, “le è piaciuto l’allestimento? non avrebbe desiderato più soluzioni interattive? più simulazioni? non sarebbe stato più bello un racconto così?”, insinua la giovane addetta. “A me hanno emozionato gli oggetti reali”, rivendico io il primato dell’Intelligenza Artigianale, ci sono bozzetti e filmati d’epoca maquette delle scene delle scenografie, non so se ho deluso o sorpreso la giovane donna, chissà se ha capito, se io ho capito, chissà se ci capiamo più. Poi cerco uno studio di oggetti e di grafica, ho voglia di citazioni, trovo scaffali di carte e di giochi, chi lo avrebbe mai detto che nella mia Russia avrei ricercato anche questo, incontro Lena, è sempre così bello vederla, mi porta davanti alla clinica della sua fidanzata, mi mostra i filmati dei suoi allenamenti di boxe, si è stancata subito del body building mi ha detto, è architetto Elèna cintura nera di karate, beviamo un tè delizioso nella tavola calda di un monastero, parliamo di Russia, parole, silenzi, ci diamo appuntamento a un concerto in Europa. Al Museo Pushkin conosco la direttrice della Biblioteca: a una pizzeria lì vicina passiamo subito al “tu”, non c’è tempo in questo tempo per star dietro alla forma, è urgente trovarsi, parlare, creare cultura. È urgente. Creare cultura. È urgente. Creare insieme cultura. È urgente. Noi che possiamo. Creare una rete che crei cultura. È urgente. È la cosa più urgente. Alle università chiedono di chiudere scambi, contatti, canali. No ragazzi. L’università non deve mai chiudere niente. L’università deve aprire anche le porte che sono blindate. L’università deve essere questo. Un luogo in cui creare cultura. Insieme. È urgente. Sempre di più.

Il Zarjad’e mi aspetta per l’ultima luce. Piove, la pioggia sembra di piccolissime lucciole, in curva al suo ponte-tangente due ragazzi mi corrono dietro, sotto la pioggia, hanno addosso il sorriso, mi chiedono “possiamo sapere in questo momento cos’è la cosa di cui è più fiera?”. Rispondo senza esitare. “La cosa di cui sono più fiera in questo momento è essere qui”.  

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Il sorriso di Lui.
E il cielo che vide la carrozzina sulla scalinata di Odessa.

La sera cenerò con Kirill, amico perduto ma ritrovato in questo tempo in cui non ti puoi permettere di perdere amici. Viaggia molto, Kirill, viaggiava moltissimo ora i suoi viaggi sono diversi, “Se non oltre un confine per tutto un mondo – la Russia”, diceva Cvetaeva. (“Appena è successo tutto abbiamo subito capito tutto”, mi aveva detto Kirill già la volta scorsa. “È un universo di discorso che a noi è chiarissimo. Siete voi, che non lo sapete capire. E continuate a parlare parole stonate”). Dalle finestre del ristorante vediamo San Basilio, ci sorridiamo, Kirill mi regala un beauty dell’Aeroflot, “dobbiamo tornare a volare Aeroflot” dico io. Lo rivedrò il giorno dopo, alla mostra al Manezh, lì incontrerò anche amici che non vedevo da anni, la normalità di un incontro, “è morto il mio cane lo sai”, e io mi commuovo. Nella mia vita, ci sono amici che incontro per caso, mi chiamano loro per nome, mi parlano in russo, se non è magia.

E ho ancora le mie ultime ore di Mosca.
Città santa città bastarda, asteriscata come la guerra come una bestemmia.

(Knizhki s kartinkami – Moskva – Falanster: ultime ore per ultime pile di libri). Il rito ai Patriki per iniziare di nuovo il romanzo. La panchina. Il viale che è sempre vuoto, nell’ora in cui il sole, dopo aver incendiato Mosca, ecc. ecc. La foto a me stessa di nome e di fatto. La retrospettiva dei Kukryniksy, le loro irrisioni a borghesi e cortine di ruggine e ferro, ritratti normali di mostri mostruosi, caricature del genere umano, testimoni a matita della banalità di quel male, fu lì che nacque l’interprete, come hanno potuto le loro bocche riempirsi di tanto orrore da dire, come hanno potuto loro che erano orecchie e voci di altri – tradurre? Graffite su carta. Norimberga in un tratto.

Infine, l’appuntamento da Pushkin – non il museo dico io non il ristorante mi dice Alena – l’appuntamento dal monumento, non ci vedevamo da anni io e Alena ma Mosca cura ogni distanza, poi ancora gli stagni, ancora cortili, e archi, e vicoli: la luce distesa, infine, di una galleria. Traduzioni a mosaico, arte per case musei per se stessi, grazie Olga amica mia che mi hai aspettata per tanta bellezza, speranza, realtà. E poi gli amici, i miei amici, i miei amici di qui, i miei amici fuori da ogni storia, ogni confine, ogni catastrofe, ogni geografia. Che belli i russi, che non ti chiedono niente. Tu sei con loro. Sei loro. Io sono. Tu sei. 

1
Aeroporto di Istanbul.
“Нет никакой Москвы”.
È il titolo di un romanzo.
“Non c’è nessuna Mosca”
Per me nessuna Mosca c’è.

0.
Nonmosca, Italia.

Nella toilette di Tessera una signora francese passa in rassegna tutti i wc, apre e chiude le porte, a voce alta esprime il suo disprezzo, “c’est ne pas possible, c’est l’Italie”.

***

È tutto possibile invece. L’Italia, la Russia, la guerra – e anche la pace è possibile, capite che è possibile anche la pace? è possibile tutto, sono possibili i dinosauri, questi marciapiedi, l’attrice del MChAT che mi invita alla prima di “Le mogli di Esenin”, le stelle di Olga Soldatova e i silenzi di Irina Kotova, l’attrice era l’ultima moglie di Eduard Limonov, quello del film di Serebrennikov tratto dal libro di Emmanuel Carrère: e sono possibili i viaggi, è possibile la biblioteca di Stato ancora Lenin di nuovo Lenin e Le Stagioni di Mosca sulle transenne davanti a FMD, è possibile indietro negli anni novanta ed è possibile avanti negli anni novanta o ancora prima, è possibile Majakovskij che diventa fumetto e le sue spalle che ancora aspettano nuovi poeti, e le mie cartoline, queste mie cartoline, che adesso io sogno di andarle a spedire, chissà che vi arrivino come arrivavano tutti i miei pacchi di libri, spediti da me a me stessa – quanta carta da pacchi ho tenuto, per quei francobolli, per la mia grafia che si doppia – io destinatario io anche mittente, spedisco in russo e ricevo nella mia madrelingua, intorno la corda che non ho messo io. Un giorno le riceverò, queste mie cartoline che stiamo leggendo, come quel marinaio che dalla rompighiaccio Sibir’ mandava a se stesso e a sua moglie messaggi in bottiglia, il messaggio non c’era nella bottiglia c’era soltanto l’indirizzo di casa, e trent’anni dopo qualcuno la trova, una bottiglia di champagne sovietico intraducibile come dice Nabokov: sta per buttarla ma poi si accorge che dentro ha qualcosa e trova il messaggio del marinaio a se stesso.
Nessun testo nessuna figura.

Solo parole, senza parole.

PS. Oggi, 1000 giorni di conflitto. Di interessi, su morti altrui.