Perché il tempo passa – ma le parole no. Aspettano, sedute sulla riva della vita: la loro “festa di resurrezione”, la chiamerebbe M. Bachtin. Mi siedo, come fossi una parola, in riva alla Senna.
E ricordo.
(pausa)
Roma 1960, dicevamo. (Dicevamo qui).
Questo, però, mio padre non lo diceva: Roma, 1960, è stato l’anno delle prime Paralimpiadi.
Inventate da un neurologo, ebreo, tedesco. Gli strani miscugli che ci fa ingurgitare la storia.
(E la torre Eiffel svanisce nel finestrino come una vela solitaria sul mare del mondo).

Torno a Parigi. Voglio vedere il mondo che cambia. (Ma il sogno è vederlo: che sarà cambiato). Nessuna tregua, però, per le paralimpiadi. Nessuna pietà per i siparietti patetici di casa nostra. Macron costretto a eleggere, sono 40 i giorni di interregno, un ministro-impostore. Eppure lo stesso: una nuova onda si insinua nel quotidiano.
Schermi ripieni di colore e dolore. Di gioia e lezioni. Di tanta vergogna, io credo. Quanta paura incute il diverso. Di qualsiasi diverso si tratti. “Parlatene, parlatene sempre. Seguiteci ancora e soprattutto dopo”. Encomiabili, speaker a noi nuovi ed esperti di sempre ci portano in mondi di cui siamo ignoranti. Ostinati, senza darci tregua in un tentativo di ipnosi salvifica: sai mai che ci risvegliamo – mancano ormai pochi giorni alla fine anche di questa fine – più comprensivi alle cose del mondo. Non ci vogliamo “inclusivi”. Qualsiasi etichetta è sconfitta. Qui non si tratta di includere, accogliere, accettare. Qui si tratta di dirsi una volta per tutte che l’uomo è cattivo e la guerra non è un’anomalia e che la bellezza è un’invenzione nazista e che siamo tutti animali e sassi e piante e tutte le forme di vita possibili. E che la vita di un vecchio è più preziosa di quella di un giovane perché è piena di cose che nessuno sa. Sia gloria a ogni cosa del mondo che porti gli occhi all’essenza. Vado a Parigi con un’umiltà primitiva, voglio imparare, ascoltare, guardare. Sono ansiosa di ciò che vedrò.


(ieri è tornata la nipote di mio zio – non so se la posso chiamare cugina, non ho destrezza con le parentele, non voglio imputarmi una conoscenza che non merito ancora – e già sono fiera di lei). Donna bellissima con gli occhi che guardano il buio, la sua triplice impresa, in un fiume sporco “in cui ho bevuto tantissimo”, in sella a un tandem dove si incurva un’unica schiena (“tu dà tutto quello che hai” – io ho fatto fatica, ha detto la guida, anche i sampietrini per terra, ma ho dato tutto poi non ne avevo più per la corsa”). Legate alla vita e ai desideri. Un ritmo difforme da fare armonia. Io entro nel viaggio in punta di piedi (tu che li hai, mi dirà Bebe Vio). Parigi la bella sarà ancora più bella. Bella da salvare il mondo, noblesse oblige.

Dopo l’inaugurazione della discordia, disseminata lungo la linea liquida della spacca-Parigi: è Piazza della Concordia ad accogliere il rito della nuova apertura. (Discordia-Concordia: questo anche il titolo – lo realizzo ora – dei suoi primi quadri). La ribellione alla condanna. Il rifiuto del sé. L’accettazione. Una nuova concordia. Su schermi a cilindro i racconti di vite spezzate e reinventate. Una consolle e un mantello-bandiera lungo come un destino. Pianoforti, percussioni, il ritmo sincopato delle anomalie. (Diverso da chi?, la domanda di quando si viene etichettati).
E atleti in spalla ad atleti, persone scomposte in corpi-avanguardia. Lacerazioni e nuovi equilibri. Mi viene in mente l’arte Kintusgi, dell’aggiustare con l’oro. Qui si va in cerca di allori, per gridare al mondo il proprio diritto ad esistere? La bellezza salverà il mondo, l’adagio in bocca ai non-traduttori. È la bellezza morale che è in gioco, in questo adagio. Quindi il futuro – dell’umanità.

Imparare a guardare il diverso. Questi atleti sono lezione di straniamento. La forma involuta. L’automatismo della percezione. Per ritornare a vedere e non solo a riconoscere – vedere, non solo guardare – serve l’arte, dicevano i formalisti russi. Serve lo sport, ci dicono le paralimpiadi.
Dobbiamo adottare l’ascolto dell’altro (genitivo etico). L’ascolto di chi deve sentire la palla per decifrare il movimento. (L’ascolto che si fa occhio: io vedo il rumore, la mia voce-guida, il suono dei sassi, le onde, i respiri). Si trasformano oggetti – martelli diventano clave come le gambe diventano lame o gambe di sedie – i palloni ovali del rugby diventano tondi, si lanciano avanti non devono procedere indietro, le palline da tennis rimbalzino pure due volte, chissà come si controlla il doping se ci sono atleti con l’ossigeno appresso. Le regole insegnano qui che nessuna regola vale per tutti, che sono artefatti inventati per l’uopo, che non c’è scandalo, niente è definitivo – aberrante, pericolosissima, è solo “la storia unica” (cit.).

All’inizio è difficile, guardare e capire. Capire la bellezza di questi duelli. Al tennis tavolo vince l’immobilità, nel sitting volley gli atleti gattonano come bambini maldestri, i loro corpi grassi e magrissimi sono disegnati da artisti impazziti, ma poi capisci: guarda i polsi, le traiettorie, le finte e le strategie. Quanta maestria, metodo e tecnica, in questi corpi cubisti, espressionisti, in queste fisionomie del raggismo, futurismo di azioni, nuova planimetria del sé.
(Quanta fatica, per tenere diritte ostinazioni asimmetriche. Quanta semplicità, in spalle perfette che trascinano all’oro le proprie gambe ostaggio di tragici errori. Quanta libertà, in un centro perfetto fatto da piedi che servono a tutto – a scrivere, a correre, a caricare una freccia, mentre la bocca scocca il centro della medaglia).
TV. Mattarella è per la prima volta alle Paralimpiadi, “Fate cose indispensabili”, dice ai nostri atleti, constatazione ed esortazione al contempo. “Le mie abilità”. Senza aggettivi, avverbi, sporcizia. Io sono questo. “Tu sei”. E sono già due le paralimpiadi che si svolgono in tempo di guerra.
“New ways”. Le stampelle diventano remi di naufraghi. Bandiere bianche. Distese di bici e di carrozzine. All’inaugurazione, l’inno paralmpico viene suonato su di un “Paradoxe”. Fiaccole. Voce. Bolero. “Una protesi si dice passiva quando restituisce meno dell’energia che riceve”. Entrano in scena taxi rossi di frigi-peluche.

– 3
Io ritorno alla vasca – la più grande candelina del mondo. Il penultimo giorno che alza il suo fuoco. Sono vicina, vicina, si allunga lo strato di gente dietro di me – famiglie, bambini, c’è gioia, pic-nic, i francesi usano le proprie pelouse, non c’è timore reverenziale nemmeno per le Tuillieries. Nessuna calca, nessuna fretta, solo tensione di desiderio e di attesa. “Elle bouge!” – risuona più volte, a ogni diversa tensione di un cavo, mentre il cielo ancora un po’ chiaro gioca a tris con gli aerei. Incatenati con gli occhi per non perdere l’attimo, sempre lì per venire, un’ora e mezza con lo sguardo di tutti puntato su lei. E poi. Il silenzio sacrale dell’ascensione.



(Il privilegio di un altro punto di vista per scoprire che è realmente un braciere). E tutti, tutti, a questo rito che si ripete – e sta per finire. C’è già qualche lacrima, credo, in ognuno di noi.
(poi mi tuffo nella città. non ci sono più i cinque cerchi. I tre agitos non hanno forza abbastanza, mi dico ma ancora spero si tratti di una prima impressione – o forse è troppo tardi, le gare sono quasi finite, ma dov’è la città-accoglienza? sui muri solo timidi accenni – di gusto assai dubbio. “La bellezza” – ancora – “del gesto”: una gamba-blade e la raccolta differenziata. Sic).

No. Parigi non ha riammodernato la sua metropolitana, per i cinque cerchi. No. nessun impianto accessibile in più, per i tre agitos. Cerco la popolazione che speravo veder popolare le strade. Parigi è tornata alla sua vita di sempre. Non so. È freddo. È cambiata stagione. Non so.
– 2
Terra di amore e rivoluzione, la Francia – ha detto il Presidente del Comitato Paralimpico. “Voi siete rivoluzionari”, ha detto agli atleti: “Vi hanno detto no e voi vi siete opposti”.
La diversità serve come potente mezzo di bene, ha detto anche (o forse l’ho scritto io, non ricordo più). “Viva la rivoluzione dell’inclusione!” – ha esultato. Io cammino, cerco luoghi e modi per imparare. Incontro una carrozzina, un atleta senza una gamba, un’atleta senza l’altra, un’altra carrozzina molte ore dopo. Iniziata la scuola, iniziato il freddo, iniziato il lavoro, finite le olimpiadi, la bellezza canonica, la vetrina mondiale, non so. Non ci sono più le esuberanti fan-zone di due settimane fa. Molti bar hanno riposto i loro maxi-specchietti per i turisti. Meno schermi, più contenuti (gonne d’argento per sciabole monche; un tennista esulta riverso sulla terrarossa – le sue ruote scandalosamente aperte nel campo; e gatti, gesti di gatti nell’acqua, seduti, di corsa, zampate inconsuete per afferrare una medaglia che penzola): ma l’attenzione è chirurgica per la diversamente-grandeur. La sera vado allo stadio. È pieno, e il tifo per gli atleti di casa trascina, impetuoso, spontaneo, generosissimo – finiti gli eroi casalinghi, poi, è tutt’altra storia: ma un attimo, sono appena arrivata.


Lo stadio. Ho un posto d’onore, per desiderio e per caso. Mai sarebbe stato possibile con i cinque cerchi. I tre agitos spalancano porte proibite. Un posto d’onore: sulla linea diritta d’arrivo. (dietro ai miei posti, il dietro le quinte di un lavoro altrui, di un altrui privilegio). Il privilegio del privilegio. Sembra un teatro.
Perché quanto è finta, la televisione. Rende antipatici eroi che sono soltanto fin troppo comuni mortali. Che entrano in campo per fare il loro mestiere. Per concentrarsi sui blocchi, per riversare in pista il lavoro di anni, di mesi, di giorni, di minuti prima. Lo speaker scandisce nomi che allo stadio appena si sentono: qui, c’è solo una pallida eco di tutte le smorfie che a casa invadono schermi e immaginari di tutti e di ognuno. È tutto pacato, così ordinato, è una festa di uomini, nessun olimpo di dèi. E i ricordi riaffiorano, nè sono facili da tenere al riparo da lacrime. Quella pista. Quella curva. È tutto così vero…

(Il salto in lungo è al rettilineo opposto, si vede appena la rincorsa, l’atterraggio nascosto da costruzioni per occhi altrui. Corrono forte. Saltano lungo. In che cosa sono “diversi”?) E poi la mia gara. I 200 metri. La gara perfetta: l’elastico teso di tutta una curva, l’energia rilasciata nel rettilineo. Il ritmo di una povest’: romanzo breve o racconto lungo. I tempi perfetti della costruzione: incipit, climax, risoluzione. E come in ogni scrittura, l’happy end non è cosa da tutti.
(Lo sparo si sente in ritardo: basta un emiciclo più in là e già l’udito e la vista si sfalsano, a noi). Le corsie si dimezzano e gli atleti raddoppiano. Sono le categorie di ipovedenti. Corrono bene. 200 mt, poi 200 mt, poi 200 mt ancora. Donne e poi uomini, ma anche le donne hanno una guida maschile. Cavaliere perfetto che lascia passare per prima al traguardo la dama – poi il tango di Valentino e di Nizhinskij, la stessa potenza, ugual cortesia.
Lo stadio esulta ai suoi Bleus. A sinistra giavellotti lanciati da atleti nani – la prospettiva non ammorbidisce il disequilibrio, ma gli attrezzi si librano in volo appoggiandosi all’aria, il gesto è bellissimo, a destra lanciatori del disco senza una gamba, o senza un braccio, senza qualcosa che non impedisce loro di sfidare il mondo, di voler vincere, di uscire dal “No!”. Na tvoj bezumnyj mir Otvet odin – otkaz, diceva Cvetateva, “Al tuo mondo folle la risposta è una – il rifiuto”, ma il mondo folle qui è il nostro, siamo noi i rifiuti, noi da rifiutare, noi che rifiutiamo – noi tolleranti, ma chi vuole essere tollerato? E poi i quattrocento metri delle carrozzine, missili aerodinamici di mezzouomo e di mezzi, un’estetica insolita per queste corsie, eppure bellissima. Alla premiazione non si riconosceranno, sulle carrozzine normali, senza i loro strumenti da corsa, invenzioni di possibilità a loro dette proibite. Né si riconosceranno le velociste, senza le blade da ballo, con le gambe finte di tutti i giorni, a camminare come un’atleta che si sia fatto uno strappo – ma i loro strappi durano una vita intera. E il cielo è uno specchio-Magritte.

(Alla radio un discorso banale e perfetto. Pensate a un bambino, a un anziano, a una gamba rotta: tutti nella vita esperiamo la disabilità. Senza scandalo ma con l’impossibilità della vita. Ma è stata interrotta, l’interlocutrice. Perché aveva trovato un modo per farci capire?) E il Presidente di FIABA – non vi pare bastardo l’acronimo? – auspica un’Atene nel terzo millennio con un nuovo primato: i giochi olimpici e paralimpici insieme).
Se non saremo tornati primati noi. La direzione d’orchestra è perfetta, la musica cresce e poi – silenzio. Gli atleti sui blocchi. Lo sparo. (dopo i 400, atleti stremati distesi per terra, esanimi, come atleti stremati dopo i 400).

E la gara regina. I 100 mt donne, con ulteriore specifica: T63. Amputate sopra il ginocchio:
l’anno scorso le nostre hanno fatto tripletta. Ci sono anche quest’anno, ai blocchi, le nostre tre. (mentre gli spalti si sono svuotati: non ci sono più Bleus in pedana, in corsia, non mi aspettavo lo stadio pieno, confesso, era pienissimo lo Stade de France, non mi aspettavo lo stadio vuoto, adesso, non c’è la France Vive la France).
La presentazione di rito. I blocchi – a ognuno i suoi (chi per entrambe le gambe, chi con un appoggio soltanto, chi per presenza – ma la sua partenza è reggendosi a un braccio): lo sparo. La reazione fulminea che rende la gara così difficile, senza replay. È brevissima ma eterna lo stesso: c’è il tempo per perdersi, la sfida è tesissima, in testa si alternano teste di razza, la nostra vince, vince, chi delle due, è prima una nostra, è seconda una nostra, la terza è quarta, tripletta o niente quest’anno? – la nostra spinge, il traguardo è lì, un occhio a sinistra, la compagna di squadra minaccia, chi vince? adrenalina e tensione tensione e poi –. Più niente. La realtà in un istante impone se stessa. Il passo troppo lungo, la protesi non ammette ingordigia, l’appoggio sulla gamba sana non tiene, la nostra cade mentre sta per urlare vittoria, cade la quarta che la calpesta – giusto il tempo di un tuffo esperto verso l’orizzonte sportivo – vince la nostra, un’altra, quella che a sinistra destava timore, non avrebbe vinto senza l’azzardo, invece ha vinto, era la sua ultima gara, è bello così. Non è bella la tragedia sul tartan. L’esultanza per la vittoria lascia dentro lo scandalo per quanto è successo. No, non sono le gare di sempre. Ce lo stavamo dimenticando, sopraffatti dalla bellezza del tutto. La vita non ci ha dato tregua. In dieci secondi. Un inciampo – e il sogno svanisce. Il sogno di normalità.


L’ultima gara, erano i 100 metri. Dopo, si alternano le premiazioni sul podio più democratico al mondo (è molto basso, quasi non c’è dislivello tra i tre gradini del podio, qui ancora più livellati dalla pedana per i paratleti – e sul fronte intarsiata la grandeur parigina, con apparente velato understatement, la torre è ovunque, era negli ostacoli dell’equitazione, e l’arco, i cerchi a Eiffel gli agitos al Trionfo). Inni, anche iraniani (sic). Inni paralimpici per i dissidenti (ma dissidenti da chi?). Come luccica l’oro. Anche l’argento, come luccicano i metalli preziosi, ci raggiungono fino in tribuna, raggi di luce di supremazie. (La Tv esalta, la TV sfalsa. Sono uomini, questi atleti. Non sono eroi. È questo ancora più difficile da accettare?). Aspettiamo la premiazione. L’ultima. Nostra. Sono pesantissime queste medaglie, scoprirò a Padova. Ma le medaglie arriveranno poi.

Quello che sugli schermi è un abilissimo intrattenitore, dal vivo è un puntino nero che dissemina voce sull’erba del prato . Siamo dietro le quinte di qualcosa di altro, è chiarissimo, non bastano I Ricchi e Poveri e Bella Ciao (e poi il can-can?!?) a distrarci dal tempo (ostaggi degli stereotipi: ma uno stadio intero la intona, Bella Ciao, in italiano). È una suspence enigmatica, senza commento da casa ci mancano le spiegazioni, abbiamo soltanto intuizioni – eppure emoziona questa trepidazione da sedute importanti, gli organi del CIO lì riuniti, capiamo, c’è qualcosa che riguarda proprio la gara non ancora premiata, ci aspettiamo si debba ripetere, e aspettiamo. Era stata ben strana, quella gara: la prima arrivata che segna il personal best, e la seconda – il record del mondo (sono categorie diverse, capiamo non subito, sono pochi gli atleti: e questa forse è la grande domanda per lo statuto delle paralimpiadi, grandi Giochi a livello mondiale). E poi la caduta. Alla fine, escono in quattro per salire sul podio. Due bandiere italiane. La prima e una terza a pari merito. E allora via al nostro Inno, bellissimo, non me lo aspettavo bello così. Lo canto, anche se è troppo bassa questa tonalità, canto Mameli allo stadio, lo racconterò a qualcuno, questo momento, mica devono essere per forza i nipoti. Lo stadio si svuota, mi avvicino per avere un autografo, nell’intervista che mi tiene lontana da loro entreranno risposte a domande mie.
(senza fotografia).
– 1
Cerco per la città tracce residue di eccezionalità. C’è il sole, Parigi è bellissima, dove si apre e si innalzano ancora i totem di Paris 2024 ancora emoziona. Cerco lo sport nell’arte, la Ville ha approntato nei suoi musei percorsi iridati per l’occasione, puntini da unire in tragitti altrui – al museo d’Art Moderne, al Louvre duelli tra Olimpiadi antiche e moderne, e poi in gallerie, alla Zecca di Stato, la storia delle medaglie, noi Pollicino in cerca di vie presenti da sempre, per rinnovare lo sguardo, intessere continuità. E nel contempo la città si smantella – transenne tradiscono scheletri, l’Esplanade des Champions è una carcassa rosicchiata dai camion, non ci sono più atlete a rubare proiezioni di gare, sono tornate le spose, le loro foto uniche e identiche, cammino tra pochi passanti, c’è odore di autunno, la Tour è bellissima con i cerchi addosso, la oltrepasso per vedere gli stadi all’aperto che Lei proteggeva con la sua schiena di ferro e di aria, e capisco ancora. La TV inganna seduce promette: la Tour e gli stadi, gli stadi e la Tour, quella spianata che pareva poco più grande di un campetto da spiaggia e Lei tutta intera nel suo fondale di sfondo. Mi avvicino, e più mi avvicino io meno vedo, la prospettiva non ha più il privilegio della lontananza, le staccionate respingono ogni curiosità, è tutto là dentro e là dentro c’è uno stadio intero, più di uno perché ce n’è anche uno al coperto, e tutto l’intorno, e lo capisco quando arrivo all’ingresso un’ora dopo che ho lasciato la Tour Eiffel, e maledico l’inganno della televisione e benedico la verità della terra, pianeta bastardo e infinitamente abitato dalla diversità.

Prendo la metro, che diventa un vero treno alla sua altezza (reale, realissima), e ritorno allo stadio: ultimo atto, la cerimonia di chiusura, tutti i Giochi ormai sono fatti, tra poco non andrà più niente davvero. Alla ricerca di un discorso inclusivo.
È una festa strana, all’inizio. Piove, la pista è una distesa bianco-lucida, la divisa e gli impermeabili danno il colore alla tela, nessun maratoneta da premiare, ci sono discorsi, c’è retorica ma forse è sana, Born to be alive tra un quadro e l’altro – le medaglie, gli episodi, la commozione, interludi queer. La sfilata più lenta, spostamenti a guizzi sul campo, disinvoltura di protesi aliene, bandiere, fiamma, la marsigliese alla tromba, il fuoco paralimpico, le nostre atlete, il passaggio a Los Angeles. Carrozzine ci incantano con le evoluzioni, capisco che ha senso lo skateboard olimpico se di riflesso permette anche questo, Blade Runner rivive in nuovi duelli, la sua sublime bellezza. “Le gare si vincono in allenamento”, aveva detto qualcuno all’inaugurazione. Me l’ero segnata, questa frase. Avevo appuntato vicino: “capito ragazzi?” pensando ai miei studenti, le gare si vincono prima, non quando si scende in campo, quello è solo l’ultimo atto, “Le gare si vincono in allenamento”.
E poi la festa, una festa vera. JJJ, divinità tehcno al riparo (soltanto lui) di un ombrello servile, dà inizio alla vera parata: disegni di fuochi, una consolle, e quarant’anni di musica techno francese. “Avvisiamo il pubblico che a fine spettacolo ci saranno effetti di luci particolari. Si invitano le persone sensibili ad agire di conseguenza “. Sarà l’arpa laser, a chiedere il tutto con maestria futurista di luci e di suoni. Ma ci dispiace, mondo, alla TV questo non si può fare. Voi andate a letto, noi iniziamo a ballare.

0.
Il giorno dopo, è il giorno dopo davvero. Poche boutique ufficiali ancora vendono gadgets scontati: io non resisto, mi compro il berretto più brutto di sempre, il frigio con gli occhi sbarrati e le gambe che penzolano a metà guancia, mi sta pure male – a me i berretti per DNA stanno bene da sempre – poi scopro: è uguale a me. Non so che talento sia imitare i berretti, ma è un dato di fatto. Le frige c’est moi. Bypasso la piramide e il Louvre, oggi non ho tempo per loro: devo andare, anche oggi, anche il giorno dopo, alla Vasque Olympique.

D’argento, spenta, adagiata sulla sua stessa base, pachiderma dormiente come l’Eros di Mosca, riposa tra i contemporanei del suo passato. Lei lo sa già, che quel posto ormai è suo. PARIS 2024 pare iscrizione di antichi romani. Non sei più mongolfiera, gigante buono, ma sei a tuo modo maestosa lo stesso. Chissà chi sarai. Adesso che non ti si vedrà più nel cielo, ma chiunque potrà venirti vicino, animale allo zoo, partenone rotondo di fronte al vetro più acuto della città. Nel ventre stesso della capitale, già si intuisce il duello futuro delle geometrie. Verranno da te anche i cinque cerchi?
Ma è tempo, amico mio, È tempo. È tempo di chiudere questo esperimento. Non so cos’ho imparato. Ma se l’umanità stupisce, poche volte è nel meglio. Prima di inabissarmi per l’ultima volta, per questa volta, nei cunicoli bui della Città-Luce, due adesivi ammiccano complici: niente Giochi alla Russia? Niente Giochi a Israele!

Prima dell’imbarco, un video ci saluta con traduzioni, sorrisi, mascotte: e ci ringrazia per aver partecipato, per aver reso la festa più festa. “È stato un piacere”. A bordo interrogo i miei nuovi oracoli-gatto, e sfoglio le foto di una vetrina che poco prima mi aveva fermata per strada: De Coubertin, De Coubertin, De Coubertin. Ossequi, Barone. Ho partecipato, io sì.


PS.
Italia.
“Mediaset sostiene l’inclusività e la diversità”.
Barone, io torno.
Margo.

PS. Riporto queste note, per non perderle, senza nessuna lima. Le riporto al rientro di un viaggio.
Le riporto dopo la Russia. La mia.

